C’è un’idea di cucina italiana che viaggia meglio delle valigie: quella che si porta dietro il sole anche quando fuori nevica. “Limoni a Varsavia” parte proprio da qui, da due ristoratori napoletani che hanno provato a esportare accoglienza, eleganza e materia prima vera in una città che non fa sconti a nessuno, nemmeno all’Italia più vera.

Dal 27 agosto al cinema arriva “Limoni a Varsavia”, il ritorno al cinema di finzione di Bruno Colella, autore e regista che da oltre quarant’anni si muove tra teatro, cinema, musica e arte contemporanea. Al centro ci sono Nicola e Giuseppe, titolari del ristorante Dai fratelli Tassi a Varsavia, assediati dalla concorrenza di finti italiani a basso costo: per salvare l’attività intraprendono un viaggio a bordo di due Harley Davidson che li riporta, dopo vent’anni, in Italia — con la missione impossibile di ingaggiare uno chef stellato. Torneranno con qualcosa di molto più piccolo e molto più prezioso.
Ecco i tre motivi per vedere questo film:
1. De Francesco e Bruschetta, l’Italia che ci prova (e a volte inciampa)
Il film si regge quasi interamente sulle spalle dei suoi due protagonisti, e regge bene. Roberto De Francesco e Ninni Bruschetta raccontano con misura quella voglia di fare tipica degli italiani all’estero, capace di arenarsi in difficoltà oggettive e sogni un po’ traditi senza però smettere mai di provarci. Non sono eroi, sono due cugini stanchi e testardi, e proprio per questo funzionano.
2. Varsavia non è più quella di una volta, e il film lo sa
Dietro la commedia c’è uno sguardo attento su una Polonia moderna che ha saputo lasciarsi alle spalle un passato ingombrante. Colella non la usa come sfondo esotico, ma come specchio: un paese che si è reinventato osserva due italiani che provano a fare lo stesso, lontano da casa.
3. Il segreto è nel dettaglio, non nel nome sull’insegna
Attorno al canovaccio principale si innestano piccole storie, con camei di grandi nomi della ristorazione italiana — vittime, a loro volta, del proprio successo o della ricerca di qualcosa di nuovo. Il film suggerisce che il successo si nasconde spesso in piccole cose, che studio, fatica e intuito rivelano solo a pochi, e solo al momento giusto.
Quello che resta, alla fine, è una storia leggera, ironica ma con un fondo di malinconia, nel solco della tradizione del grande cinema italiano — quello che sa ridere delle proprie fragilità senza mai deriderle davvero.
Il voto dello Spettatore Curioso
★★★★☆
“A volte basta una piantina di limoni per capire che la soluzione non era mai stata a Varsavia, ma nella valigia che ci si porta dietro.”
