3 motivi per vedere “HAMNET. Nel nome del figlio” — recensione film

C’è una frase di Chloé Zhao che vale più di qualsiasi sinossi: “L’amore non muore, si trasforma. È la più grande metamorfosi dell’universo.” Da questo assunto, quasi una dichiarazione di fede laica, nasce Hamnet. Nel nome del figlio, il film più intimo e coraggioso della regista premio Oscar di Nomadland, uscito nelle sale italiane il 5 febbraio 2026. Una storia che parte da un fatto storico marginale, la morte di Hamnet Shakespeare, figlio undicenne del Bardo, nel 1596, e lo trasforma in un’indagine sull’amore, il lutto e il potere salvifico dell’arte. Non un biopic. Non un dramma in costume. Qualcosa di più raro: un film che respira.

Locandina HAMNET. Nel nome del figlio
3 motivi per vedere "HAMNET. Nel nome del figlio" — recensione film 2

1. L’amore come metamorfosi — e la perdita come soglia

Il romanzo di Maggie O’Farrell, da cui il film è tratto, aveva già aperto un portale. Zhao ci entra con tutto il corpo. La storia di Agnes e William non è quella di una coppia che si spezza davanti alla morte del figlio. È quella di una coppia che si trova a un bivio senza ritorno, né indietro né avanti, congelata in uno spazio liminale dove l’unica via d’uscita è la trasformazione.

La vera sfida della vita, quella che il film ci pone con straordinaria onestà, è saper leggere queste metamorfosi. Saper riconoscere nel dolore più devastante, la perdita di un figlio, non la fine di una storia, ma la materia grezza di un amore che deve reinventarsi. William riversa il lutto in Amleto. Agnes lo porta nel corpo, nella terra, nel silenzio. Due modi diversi di sopravvivere. Due modi diversi di amare. Il film non giudica nessuno dei due. Li osserva, con rispetto e con pietà, mentre cercano, ognuno a modo suo, di attraversare le fiamme.

Jessie Buckley è Agnes con una fisicità e una forza archetipica che si imprimono nella memoria. Paul Mescal costruisce un William fragile, affamato, umano, lontanissimo da qualsiasi retorica bardica. Insieme formano una coppia che si crede fino in fondo, nelle gioie e nelle crepe.


2. La fotografia — incarnata, mai decorativa

Łukasz Żal, già candidato all’Oscar per Ida e Cold War, già autore della fotografia di La zona d’interesse, firma un lavoro che non si limita a illustrare: partecipa. Le scene nella foresta di Lydney, nel Gloucestershire, hanno la luce obliqua e viva di un mondo che esiste davvero. Gli interni della Henley House, illuminati a candela, pesano, letteralmente: i soffitti bassi delle architetture Tudor diventano metafora della claustrofobia emotiva di chi ci abita.

Ma la chiave della fotografia di Hamnet è nel suo essere sempre incarnata. Cupa quando deve esserlo — e non è mai compiacimento estetico, è necessità narrativa. Brillante quando la luce irrompe tra gli alberi o sul viso di Agnes. Sempre ancorata ai corpi, agli occhi, alle mani sporche d’inchiostro di Will o di terra di Agnes. Żal e Zhao avevano concordato fin dall’inizio di non voler fare un film “costumizzato”: volevano qualcosa che si potesse quasi sentire. L’obiettivo è raggiunto.


3. La colonna sonora di Max Richter — liquido amniotico

Max Richter ha descritto la sua musica per Hamnet come un “liquido amniotico” che circondava il set durante le riprese. Gli attori la ascoltavano tra una scena e l’altra per trovare il giusto stato emotivo. Si sente. La colonna sonora, costruita su un “DNA rinascimentale”, con arpa e pianoforte in dialogo costante, voci di musica antica e rumori di contatto degli strumenti, non accompagna il film: lo abita.

Il brano On the Nature of Daylight, scritto da Richter nel 2004 e qui integrato su richiesta della stessa Buckley, è la chiave emotiva del finale. L’attrice ha raccontato che ascoltandolo le è apparso chiaro, “dal punto di vista emotivo”, come avrebbe potuto abbandonarsi completamente alla scena conclusiva. È raro che una colonna sonora sia così intrecciata all’esperienza di chi recita e, di conseguenza, di chi guarda. Qui lo è. Profondamente.


Una nota

Hamnet non è un film facile. Non concede scorciatoie emotive. Non spiega. Non consola a buon mercato. Richiede di stare dentro il disagio di personaggi che non trovano le parole, e spesso non le trovano nemmeno per il pubblico. Chi cerca una storia lineare può restarne disorientato. Chi invece accetta di lasciarsi trasportare dall’onda, come suggerisce Zhao, troverà qualcosa che difficilmente dimentica.


Il voto dello Spettatore Curioso: ★★★★½


Viva il cinema.


SCHEDA TECNICA Titolo: Hamnet. Nel nome del figlio (Hamnet) 

Regia: Chloé Zhao 

Sceneggiatura: Chloé Zhao, Maggie O’Farrell 

Dal romanzo: Nel nome del figlio. Hamnet di Maggie O’Farrell 

Cast: Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn, Jacobi Jupe 

Fotografia: Łukasz Żal 

Musiche: Max Richter 

Montaggio: Chloé Zhao, Affonso Gonçalves 

Costumi: Malgosia Turzanska 

Produzione: Hera Pictures / Neal Street / Amblin Entertainment 

Produttori:Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Sam Mendes, Steven Spielberg 

Distribuzione Italia: Universal Pictures International Italy 

Durata: 125 minuti 

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