3 motivi per vedere Disclosure Day – recensione film

In Disclosure Day il ritorno di Spielberg agli alieni: un viaggio nella sua filmografia e nella domanda più grande di tutte

C’è un momento, all’inizio di Disclosure Day, in cui Margaret Fairchild, meteorologa di una tv di Kansas City, smette di parlare in diretta. Non per un calo di tensione, non per un guasto tecnico. Qualcosa la attraversa, la possiede, la trasforma in canale. E in quel momento, anche noi spettatori sentiamo che non stiamo più guardando semplicemente un film di fantascienza: stiamo guardando Steven Spielberg che torna a fare quello che sa fare meglio di chiunque altro, chiederci se siamo davvero soli in questo universo.

Disclosure Day è il trentasettesimo film di Spielberg, ed è anche, in un certo senso, una summa. Non una ripetizione, non una nostalgia di maniera, ma un film che porta il peso consapevole di una filmografia costruita attorno a una domanda sola: cosa accade quando l’umano incontra l’altro? Lo sconosciuto. L’inimmaginabile. Quello che non sa di dover temere o amare.

1. Una filmografia che si rilegge da sola

Vedere Disclosure Day è come percorrere un corridoio di specchi in cui ogni riflesso è un film diverso. Gli inseguimenti notturni in auto richiamano la tensione primordiale di Duel (1971), il primo Spielberg, quello che mostrava già come la strada potesse diventare un luogo di terrore senza spiegazione, e non è un caso che una scena con un treno in questo film realizzi qualcosa che il regista aveva immaginato già allora e non aveva potuto girare. La comunicazione con gli extraterrestri, qui affidata alla matematica, alla lingua più universale e fredda che esista, ci riporta a Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), dove invece era la musica, calda e inattesa, a fare da ponte tra le specie, con quella celebre frase tonale di cinque note di John Williams. Due scelte opposte, due visioni del contatto: melodica e sentimentale allora, razionale e spietata oggi.

Gli alieni di Disclosure Day non sono quelli di E.T. (1982), creature fragili e tenere da proteggere e rimpiangere. Sono cresciuti, nel senso più inquietante del termine. E con loro è cresciuta la tecnologia che li riguarda: “il dispositivo”, un oggetto dalla forma irregolare in acciaio damasco, realizzato per sembrare regolare senza esserlo, che nelle mani dei personaggi produce effetti diversi, da arma di controllo mentale a portale verso la memoria, nessuno dei quali ancora compreso del tutto. Nemmeno da chi lo custodisce.

L’origine del film è precisa e documentata. Nel dicembre del 2017, un articolo del New York Times rivelò l’esistenza di un programma segreto del Pentagono sugli UAP, con video di caccia della Marina che riprendevano velivoli non identificati. Spielberg lo lesse e qualcosa scattò. Cominciò a scrivere la storia sulle note del telefono, dal finale all’indietro, come aveva fatto con Incontri ravvicinati. Cinquant’anni dopo, la domanda era la stessa. La risposta, forse, un po’ meno lontana.

Disclosure Day è anche, esplicitamente, un film sulla disinformazione, sulla difficoltà di trovare la verità quando chi detiene il potere ha gli strumenti per sfumare i confini tra fatti e finzione. In questo senso dialoga con The Post (2017), con Munich, con Il ponte delle spie: è un film di Spielberg nel solco dei suoi film più politici, non solo di quelli più fantascientifici. Un thriller cospirativo in stile anni Settanta, com’era stato I tre giorni del Condor, con la differenza che qui il segreto da svelare riguarda l’intera umanità.

2. Emily Blunt e Josh O’Connor: due facce della stessa meraviglia

Emily Blunt è straordinaria. Non si tratta soltanto di bravura tecnica, della capacità di passare da una scena comica a una di angoscia autentica nel giro di pochi secondi, ma di qualcosa di più raro: la capacità di portare lo spettatore dentro sé stessa. Margaret Fairchild avrebbe potuto essere una figura-strumento, il canale della rivelazione, il mezzo attraverso cui gli alieni parlano al mondo. Blunt la rende invece una donna intera, con la sua ironia, la sua paura, la sua resistenza testarda a ciò che non capisce. Per interpretarla ha imparato coreano e russo, e ha collaborato con Spielberg e il sound designer Gary Rydstrom per inventare il linguaggio non umano che inspiegabilmente le esce dalla bocca: suoni matematici, schiocchi, ronzii, vocalizzazioni gutturali, “una delle cose più folli che abbia mai fatto”, ha dichiarato. È intensa e spassosa insieme, il che è la combinazione più difficile da ottenere per un’attrice.

Al suo fianco, Josh O’Connor costruisce con precisione il ritratto di un uomo che ha consacrato la vita a una verità che nessuno vuole sentire. Il dottor Daniel Kellner è un ex hacker condannato diventato esperto di cybersicurezza per un’agenzia oscura, la WARDEX, custode dell’archivio segreto sugli UAP sin dall’incidente di Roswell del 1947. Non è il classico visionario esaltato: è lucido, fragile, ossessionato in modo quasi dignitoso, e porta con sé il peso di una storia personale che lui stesso non ricorda del tutto. La chimica tra i due è reale, non costruita. Il film funziona anche perché loro due funzionano insieme, come due persone che arrivano alla stessa domanda da direzioni opposte e si incontrano nel mezzo.

Attorno a loro, Colin Firth dà spessore autentico al capo della WARDEX, Noah Scanlon, un antagonista che crede davvero di fare la cosa giusta proteggendo il mondo da una verità che lo distruggerebbe. Colman Domingo interpreta Hugo Wakefield, ex membro dell’agenzia oggi convinto che rivelare quella verità sia l’unica strada per salvare l’umanità. E Eve Hewson, nei panni di Jane Blankenship, ex suora e compagna di Daniel, porta nel film le domande più grandi: cosa accade ai sistemi di credenze, religiosi e non, quando si scopre che non siamo soli? È un cast che non lascia personaggio orfano di senso.

3. Il cinema di avventura nella sua forma più alta

C’è una categoria di film che si fa sempre più rara: quelli che valgono la pena di essere visti al cinema. Non perché siano grandi blockbuster, non perché abbiano effetti speciali che esigono lo schermo grande, ma perché sono fatti con la coscienza che il cinema è un’esperienza collettiva, che la sala buia è un luogo dove si condivide qualcosa di essenziale.

Disclosure Day appartiene a questa categoria. La sequenza centrale del film, quella del treno, in cui l’auto dei protagonisti viene agganciata e trascinata a sessanta chilometri orari mentre un altro convoglio arriva in senso contrario, è stata girata per cinque giorni su una ferrovia reale nel New Jersey, con attori e stuntman sul posto, e completata con 69 inquadrature di effetti visivi che si fondono con il girato senza che si percepisca la giuntura. È cinema artigianale nel senso più alto del termine: ogni inquadratura pensata, ogni scelta motivata.

Spielberg e Janusz Kaminski, al loro ventunesimo film insieme, hanno scelto di girare per due terzi in pellicola 35mm. La fotografia si sposta deliberatamente dal realismo dei thriller cospirazionisti degli anni Settanta nelle prime scene allo stile più marcato e visionario della seconda parte. John Williams, 94 anni, ha composto una colonna sonora che il regista definisce “la più misurata che abbia mai scritto per una delle nostre collaborazioni”: accompagna il film dall’interno, spingendolo in avanti senza sovrastarlo. È il loro trentesimo film insieme.

È cinema di avventura di altissima qualità: non va soltanto visto, va rispettato. E va visto sapendo che Disclosure Day è dedicato ad Adam Somner, primo assistente alla regia di Spielberg in undici film, morto durante la preparazione di questo a novembre 2024. Aveva contribuito a storyboard la sequenza del treno. Il film porta anche il peso di quella perdita, e si vede.


Disclosure Day

Disclosure Day non ci dà risposte definitive su cosa ci sia là fuori. Ma ci lascia con qualcosa di più prezioso: la certezza che la domanda vale la pena di essere fatta. Spielberg aveva ragione a tornarci. E noi abbiamo ragione ad andarci.

Voto: ★★★★½


Regia: Steven Spielberg

Soggetto e produzione: Steven Spielberg, Kristie Macosko Krieger (Amblin Entertainment / Universal Pictures)

Sceneggiatura: David Koepp

Fotografia: Janusz Kaminski

Musiche: John Williams

Con: Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell, Henry Lloyd-Hughes

Distribuzione: Universal Pictures

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