Pip: Lo Spettatore Curioso questa settimana ha trascorso molto tempo al MAXXI. E al cinema. E probabilmente ha dormito pochissimo, ma con ottimi motivi.
Mara: Esatto. Parliamo di due mostre che usano l'arte per interrogare l'identità italiana — una attraverso l'architettura, l'altra attraverso l'ironia — e di un film che trasforma la vendetta in qualcosa di più vicino a una saga epica. Cominciamo dall'architettura.
Ottant'anni di Italia costruita: il MAXXI racconta chi siamo
Pip: La domanda al centro di questa mostra è semplice e vertiginosa insieme: cosa racconta di un paese quello che ha costruito? Al MAXXI, la mostra Vitalità dell'architettura italiana 1946-2026 prova a rispondere percorrendo ottant'anni di storia repubblicana, dagli edifici della ricostruzione postbellica ai progetti dei giovani studi di oggi.
Mara: Il post cita direttamente questo passaggio: "È il 1946, le macerie sono ancora calde, e gli architetti italiani si trovano davanti a una domanda urgente: che forma vogliamo dare alla nostra vita insieme? La risposta, fatta di piani urbanistici, quartieri popolari, scuole, ospedali, ponti, non è mai stata soltanto tecnica. È stata politica, culturale, morale."
Pip: Quindi l'architettura come atto civile, non come mestiere. Il che spiega perché il percorso non è una rassegna di edifici famosi, ma una lettura del Paese attraverso le sue scelte costruttive.
Mara: La mostra è strutturata in tre sezioni: gli archivi del passato, gli studi affermati del presente — tra cui DEMOGO, MoDus Architects, Francesca Torzo — e i giovani progettisti del futuro, con il progetto vincitore Rubato del collettivo HPO destinato alla piazza esterna del museo.
Pip: Otto studi della cosiddetta generazione Erasmus, nata tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, raccontati non attraverso le opere finite ma attraverso il modo in cui lavorano. È quasi più interessante dell'edificio stesso.
Mara: Sempre al MAXXI, la mostra Tragicomica offre una prospettiva parallela sull'identità italiana, stavolta attraverso l'arte contemporanea e una lente inaspettata: l'ironia come postura nazionale. Centotrent'artisti, trecento opere, da Fontana a Cattelan, da Manzoni a Paola Pivi, con la sua installazione 25.000 Covid Jokes — un mosaico di meme raccolti durante la pandemia.
Pip: Due mostre, stesso museo, stesso anniversario repubblicano. Una costruisce, l'altra ride — e forse sono la stessa cosa.
Mara: Dall'identità italiana sullo schermo bianco del museo a quella su schermo grande al cinema.
Kill Bill: la vendetta come saga morale
Pip: Kill Bill: The Whole Bloody Affair è la versione integrale che Tarantino aveva sempre immaginato: quattro ore e quarantuno minuti, sequenza anime inedita inclusa. La domanda è se regge come opera unica.
Mara: Il post è netto: "C'è una soglia oltre la quale un film smette di essere intrattenimento e diventa esperienza. Kill Bill: The Whole Bloody Affair sta ampiamente oltre quella soglia."
Pip: E il punto non è la durata, è la struttura morale sotto le lame. C'è un codice d'onore quasi medievale che regola ogni scontro: i figli sono intoccabili, la violenza ha forma, tradire quella forma è il vero crimine.
Mara: Esattamente. Non un film d'azione — una saga morale, come la definisce il pezzo. E la musica, dal surf rock all'ennio morriconiano, scandisce il tutto con la precisione di un metronomo.
Pip: Architettura, ironia, vendetta. Tre modi diversi di chiedersi cosa siamo.
Mara: E tutti e tre, a modo loro, rispondono che la forma conta quanto il contenuto. Alla prossima.
