Al MAXXI, la mostra più ambiziosa mai dedicata all’arte italiana contemporanea indaga ottant’anni di creatività attraverso una lente inaspettata: l’ironia come postura nazionale, l’umorismo come resistenza, il comico come antidoto al tragico.
MAXXI, Roma, 2 aprile / 20 settembre 2026
PIERO MANZONI
Scultura vivente
Ho visitato Tragicomica il 29 maggio, nel giorno in cui il MAXXI festeggiava i suoi sedici anni aprendo le porte gratis a tutta la città. C’era una folla insolita per una mostra d’arte, gente che normalmente non varcherebbe le porte di un museo, famiglie, ragazzi, anziani. E ho pensato che forse questa era la cornice giusta per una mostra che vuole parlare a tutti, non solo agli addetti ai lavori.
Tragicomica nasce da un’intuizione curatoriale che Andrea Bellini custodisce da trent’anni: che l’approccio anti-tragico attraversi tutta la cultura italiana, dalle vignette satiriche sui giornali ai meme dei social network, da Dante agli Skiantos, da Carmelo Bene a Maurizio Cattelan. Non è una mostra sull’umorismo: è una mostra su come un popolo elabora il proprio rapporto con il dolore, il potere, la morte, attraverso uno scarto ironico che è insieme difesa e lucidità.
Il percorso si snoda attraverso le due grandi gallerie del MAXXI in modo non cronologico, in un montaggio che accosta epoche e linguaggi diversi. Si incontrano così la Merda d’artista di Piero Manzoni accanto alle guerriere di parole di Elena Bellantoni, la Lampada annuale di Alighiero Boetti, che si accende per pochi secondi una volta l’anno, in dialogo con lavori di Francesco Vezzoli e Paola Pivi.
La seconda galleria cambia ritmo: dagli spazi aperti e ariosi si passa a una sequenza di piazze e stanze, con una densità visiva che cresce fino a diventare quasi fisica. Le stufe di Jacopo Belloni evocano scenari di sabotaggio silenzioso. Le patate di Giuseppe Penone, con i loro elementi in bronzo nascosti, parlano di una continuità tra materia naturale e mano umana che ha qualcosa di commovente. I Pinocchi di Mario Ceroli sembrano animarsi nello spazio come emblemi di quella disobbedienza e invenzione che è, forse, la cifra più profonda dell’essere italiani.
3 motivi per visitarla
1. Perché ribalta il modo in cui guardi l’arte italiana
Entrare in Tragicomica è come ricevere un paio di occhiali nuovi. Non ti mostrano cose che non avevi mai visto, ma ti fanno vedere in modo diverso quello che credevi di conoscere. Fontana, Manzoni, Cattelan, Boetti: nomi familiari, opere iconiche. Ma il filo che li attraversa, quella che il filosofo Giorgio Agamben ha chiamato la caparbia intenzione anti-tragica della cultura italiana, improvvisamente li illumina in modo inedito.
Il punto di partenza è una tela di Lucio Fontana con su scritto in corsivo “Io sono un santo”. Sul retro, la stessa mano ha scritto “Io sono una carogna”. È un autoritratto che vale più di mille saggi: la serietà e l’irrisione, il sacro e il dissacrante, convivono nello stesso gesto. Da lì in avanti, per 130 artisti e 300 opere su due gallerie, non ti stacchi più.
2. Perché è anche un viaggio dentro qualcosa di profondamente nostro
C’è un momento nel percorso, di fronte al Novecento di Cattelan, il cavallo sospeso a testa in giù, che ti rendi conto di cosa stai davvero guardando. Non un’opera bizzarra, non una provocazione fine a sé stessa. Una metafora feroce e buffa al tempo stesso del destino storico, di quella nostra tendenza a prendere tutto sul serio e insieme a non prenderci mai troppo sul serio. Il tragicomico non è una categoria estetica: è un modo di stare al mondo. E questa mostra lo dimostra.
Camminando tra le sale, ho ritrovato qualcosa che riconosco nella mia esperienza di spettatore e di persona: quella capacità tutta italiana di affrontare il dolore con una battuta, la tragedia con un sorriso storto, la perdita con una scrollata di spalle che nasconde tutto. I curatori Andrea Bellini e Francesco Stocchi hanno avuto il coraggio di fare della Comedìa dantesca, non dell’eroismo, il filo conduttore dell’arte nazionale.
3. Perché dà voce a chi non l’aveva ancora avuta
Tragicomica non è una mostra di soli grandi nomi. Accanto a Manzoni e Fontana, a Penone e Pistoletto, ci sono artiste come Tomaso Binga, che piega il proprio corpo per incarnare le lettere dell’alfabeto, o Chiara Fumai sospesa su un’altalena vestita da principessa, o Mirella Bentivoglio, che usa la parola come materia plastica e politica. Il corpo, il linguaggio, l’ironia femminista: una corrente potente che scorre sotto la superficie della mostra e che spesso il racconto ufficiale dell’arte italiana ha dimenticato.
C’è poi un’opera che mi ha fermato più delle altre: 25.000 Covid Jokes di Paola Pivi, un mosaico di meme e barzellette raccolti durante la pandemia. Guardarlo significa ridere e sentirsi a disagio nello stesso momento. Significa capire, nel profondo, cosa vuol dire essere umani in un tempo di paura. Significa uscire da una mostra d’arte con qualcosa che non avevi quando sei entrato.
Si esce con la testa piena e qualcosa di leggero nel petto. Non è poco, per una mostra. Non è poco, per un museo.
Viva l’arte.
SCHEDA
Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi
MAXXI, Roma
2 aprile – 20 settembre 2026
Curatori: Andrea Bellini, Francesco Stocchi
In collaborazione con Centre d’Art Contemporain Genève
