Al MAXXI, una grande mostra racconta ottant’anni di Repubblica attraverso l’architettura: non solo edifici, ma idee, speranze, conflitti e trasformazioni di un Paese intero.
Quando il Presidente Mattarella ha attraversato la soglia della Galleria KME per inaugurare questa mostra, ho pensato che il gesto aveva una sua inevitabilità simbolica. Il capo di Stato che entra in un museo a celebrare come il suo Paese ha saputo costruirsi, letteralmente, in ottant’anni di storia repubblicana. Non era solo una cerimonia. Era una lettura.
Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 è una mostra che sa fare una cosa difficile: parlare di tecnica con parole umane. I curatori Pippo Ciorra ed Elena Tinacci hanno strutturato il percorso in tre movimenti, il passato degli archivi, il presente degli studi affermati, il futuro dei giovani progettisti, e in ciascuno si percepisce la stessa domanda di fondo: cosa racconta di noi quello che costruiamo?
L’installazione-omaggio allo Studio BBPR, il Monumento ai Caduti nei campi di sterminio nazisti di Milano, reinterpretato da Matilde Cassani, è uno dei momenti più intensi del percorso. Ricorda che l’architettura può essere anche memoria, lutto, resistenza. Che uno spazio può portare il peso della storia senza schiacciarlo.
Le voci dei grandi maestri, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Stefano Boeri tra gli altri, introducono la mostra attraverso interviste che non sono semplici testimonianze, ma quasi confessioni. Ogni architetto rivela qualcosa di sé, del proprio rapporto con il Paese, con il mestiere, con la responsabilità di dare forma agli spazi in cui gli altri vivono.
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Domani, venerdì 29 maggio, il museo d’arte contemporanea più iconico di Roma spalanca le porte a TUTTI a costo zero, dalle 11:00 alle 19:00.
Uno spettacolo da non perdere per noi spettatori curiosi: potrai esplorare gratis la collezione permanente, la mostra sul genio di Andrea Pazienza e la nuova esibizione dedicata all’architettura italiana (fresca di inaugurazione oggi con il Presidente Mattarella).
🚨 ATTENZIONE: L’ingresso è gratuito ma la PRENOTAZIONE È OBBLIGATORIA. I posti sono limitati e si esauriranno velocemente!
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3 motivi per visitare
1. Perché l’Italia si capisce meglio guardando cosa ha costruito
C’è un momento, camminando tra i pannelli della Galleria KME, in cui ti fermi e realizzi che stai guardando qualcosa di più di un progetto architettonico. Stai guardando un Paese che prova a reinventarsi. È il 1946, le macerie sono ancora calde, e gli architetti italiani si trovano davanti a una domanda urgente: che forma vogliamo dare alla nostra vita insieme? La risposta, fatta di piani urbanistici, quartieri popolari, scuole, ospedali, ponti, non è mai stata soltanto tecnica. È stata politica, culturale, morale.
Questa mostra, curata con intelligenza da Pippo Ciorra ed Elena Tinacci, ha il merito raro di non trattare l’architettura come un fatto specialistico. I materiali d’archivio della sezione iniziale, disegni, fotografie, plastici, documenti, raccontano le istanze culturali e sociali di un’Italia che stava costruendo sé stessa. E lo fanno in modo che chiunque, anche chi non sa distinguere un cornicione da un architrave, possa sentire il peso e la bellezza di quello sforzo collettivo.
2. Perché riconosce il talento italiano senza provincialismo
La sezione centrale è quella che mi ha sorpreso di più. Otto studi italiani di successo internazionale, da DEMOGO a MoDus Architects, da Francesca Torzo a Barozzi Veiga, vengono raccontati non attraverso il catalogo delle loro opere, ma attraverso il modo in cui lavorano. Il grande tavolo progettuale di ciascuno studio è quasi un autoritratto: rivela ossessioni, metodi, linguaggi.
Sono la cosiddetta “generazione Erasmus”: nata tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, meno legata alle accademie nazionali, più a suo agio nel mondo. Guardarli significa capire che il talento architettonico italiano non si è esaurito con i grandi maestri del Novecento. Si è trasformato, si è ibridato, ha imparato altre lingue senza dimenticare la propria. Allegra Martin li ha ritratti con un progetto fotografico di rara sensibilità, e ogni immagine sembra voler catturare non l’edificio finito, ma il pensiero che lo ha generato.
3. Perché guarda al futuro senza paura
La conclusione della mostra è affidata ai giovani, e non è una scelta retorica. La sezione dedicata a NXT, il programma con cui il MAXXI invita da oltre dieci anni i giovani progettisti a cimentarsi con lo spazio esterno del museo, ha la freschezza e l’imprevedibilità di chi non ha ancora niente da difendere e tutto da scoprire. Il progetto vincitore di quest’anno, Rubato del collettivo HPO, sarà installato nella Piazza del MAXXI e arricchito da un paesaggio sonoro curato da Agnese Menguzzato.
C’è qualcosa di commovente nel vedere come questa mostra costruisca un arco temporale di ottant’anni, dalla ricostruzione postbellica alle sperimentazioni di oggi, senza mai cedere alla nostalgia. Come se volesse dirci: il meglio dell’architettura italiana non è alle nostre spalle. È ancora in cantiere.
Uscendo, mi sono trovato nella piazza del MAXXI dove tra pochi giorni sorgerà Rubato. Il sole di fine maggio batteva sulle superfici bianche del museo di Zaha Hadid, esso stesso un atto di architettura-manifesto, e ho pensato che forse il senso di tutta la mostra stava lì: in quella continuità tra passato e futuro, tra eredità e invenzione, tra il Paese che siamo stati e quello che potremmo ancora diventare.
Viva l’arte.
SCHEDA
Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026
MAXXI | Galleria KME, Roma
29 maggio – 15 novembre 2026
Curatori: Pippo Ciorra, Elena Tinacci
