3 motivi per… vedere Kill Bill: The Whole Bloody Affair – recensione film

Quattro ore e mezza che si consumano come minuti: la vendetta di Uma Thurman torna al cinema nella versione integrale che Tarantino aveva sempre sognato.

Kill Bill The Whole Bloody Affair
3 motivi per… vedere Kill Bill: The Whole Bloody Affair - recensione film 2

C’è una soglia oltre la quale un film smette di essere intrattenimento e diventa esperienza. Kill Bill: The Whole Bloody Affair,  quattro ore e quarantuno minuti di vendetta, sangue, onore e musica, sta ampiamente oltre quella soglia. Quentin Tarantino l’aveva scritto e diretto come un’unica storia epica, e finalmente, vent’anni dopo, possiamo vederlo così: intero, senza strappi, con l’intervallo che si usava nei grandi film di una volta e con una sequenza anime mai vista prima. Io l’ho visto in anteprima stampa, lunedì 25 maggio, al The Space Cinema Moderno di Roma. Ecco perché non potete perdervelo.

1. Uma Thurman e le donne che non si dimenticano

Ci sono performance che attraversano gli anni senza perdere un grammo di forza. Quella di Uma Thurman nei panni della Sposa è una di queste. Rivederla oggi, a distanza di oltre vent’anni, colpisce ancora come la prima volta, forse di più, perché adesso sappiamo quanto fosse raro, e quanto lo sia ancora, un personaggio femminile costruito con quella densità. La Sposa non è un’eroina da manuale: è una donna tradita, lasciata per morta, privata di tutto. E che si rialza.

Ma il film non si ferma a lei. Ogni donna che le si para davanti ha uno sguardo che ipnotizza e spaventa in egual misura. O-Ren Ishii, la fredda sovrana della yakuza di Tokyo. Vernita Green, letale anche in una casa di periferia tra i cereali e i bambini. Elle Driver, un occhio solo e la cattiveria di chi non ha nulla da perdere. Beatrix le affronta, le vince, ma non senza portarsi addosso i segni di ogni scontro. Tarantino ha costruito una galleria di figure femminili che il cinema d’azione non aveva mai osato immaginare: non contorno, non ostacolo decorativo. Avversarie vere, degne di lei.

2. La violenza come linguaggio: fumettistica, necessaria, quasi poetica

Parliamoci chiaro: questo film è violento. Molto. Ma è una violenza che sa esattamente quello che vuole fare. Gli zampilli di sangue, rossi su bianco durante la battaglia alla Casa delle Foglie Blu, virate in bianco e nero per aggirare la censura nell’originale, qui finalmente a colori nella loro piena assurdità, non sono lì per scioccare. Sono un codice estetico, un omaggio al cinema di genere giapponese e hongkonghese che Tarantino ama con la dedizione di un collezionista. Gli arti tagliati, le teste che rotolano, il sangue che schizza fino all’obiettivo: tutto risponde a una logica interna ferrea.

La logica è questa: chi vince un duello si impossessa del corpo dello sconfitto. È la grammatica del combattimento nei film di kung-fu, nelle storie di samurai, nel wuxia. Tarantino la prende, la porta all’eccesso, la rende spettacolo puro. E funziona perché non è mai gratuita — c’è sempre una posta in gioco, sempre un peso emotivo sotto l’effetto speciale. Anche la nuova sequenza anime — quella con la giovane O-Ren che affronta Pretty Riki nell’ascensore, con le granate del padre — segue questa regola. Otto minuti inediti che si inseriscono nel film come se ci fossero sempre stati.

3. La legge d’onore: il sangue si ferma davanti alla vita

C’è un filo che attraversa tutta la storia, quasi invisibile sotto le lame e le pistole: una legge non scritta secondo cui la violenza ha i suoi limiti sacri. I figli, nati o semplicemente concepiti, sono intoccabili. Quando la Sposa scopre di essere incinta, la guerra si interrompe. Quando la figlia di Vernita Green ha visto tutto, la Sposa le promette implicitamente un futuro, anche se non potrà essere un futuro in pace.

È un codice d’onore anacronistico, quasi medievale, e per questo ancora più potente in un film che vive di eccessi. Tarantino costruisce un mondo in cui i killer hanno regole, e quelle regole contano più della legge degli uomini. È lo stesso meccanismo narrativo dei grandi romanzi di cavalleria: la violenza è ammessa, persino glorificata, ma ha una forma. Tradire quella forma è il vero crimine. Questo è ciò che rende The Whole Bloody Affair qualcosa di più di un film d’azione: è una saga morale.

A margine: come si fanno quattro ore e mezza?

La domanda che vi state facendo, ve la leggo in faccia, è questa: ma si riesce davvero a stare seduti per quattro ore e mezza? Posso rispondervi con certezza: sì. E non solo si riesce, si vorrebbe continuare. Il merito è in larga parte della musica. Tarantino ha sempre usato la colonna sonora come un co-regista, e qui il susseguirsi di brani, dal surf rock all’ennio morriconiano, dagli Alain Delon al hip-hop di RZA, scandisce il ritmo del film con la precisione di un metronomo impazzito nel modo giusto. Non vi accorgerete del tempo che passa. Sarete incollati allo schienale, e quando si accenderanno le luci vi chiederete dove sono finite le ultime quattro ore della vostra vita. Risposta: in uno dei migliori film mai girati.


Il voto dello Spettatore Curioso: ★★★★★ (5/5)

Viva il cinema.


Scheda tecnica

Titolo: Kill Bill: The Whole Bloody Affair 

Regia: Quentin Tarantino

Con: Uma Thurman, Lucy Liu, Vivica A. Fox, Daryl Hannah, Michael Madsen, David Carradine

Durata: 4 ore 41 minuti (con intervallo)

Distribuzione: Lionsgate

Al cinema: dal 28 maggio al 3 giugno 2025

Genere: Azione, vendetta, cinema di genere


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