Il 21 maggio al cinema: la storia di un difensore brasiliano che ha conquistato Roma restando sempre se stesso
C’è un momento, nel documentario diretto da Simone Godano, che dice tutto. Aldair Nascimento Santos è seduto davanti alla telecamera e non parla. Tace. E in quel silenzio, lo confermano i suoi ex compagni di squadra, c’è più sostanza che in mille conferenze stampa. Aldair. Cuore Giallorosso arriva nelle sale il 21 maggio distribuito da Nexo Studios, e vale la pena vederlo anche se non avete mai messo piede all’Olimpico, anche se il calcio vi lascia indifferenti, anche se il nome Aldair vi dice poco o nulla.

Perché questo film parla d’altro. O meglio: parla di qualcosa che va ben oltre un pallone.
1. Un campione che non ha mai smesso di essere un uomo
Aldair nasce a Ilhéus, nello Stato di Bahia, da una famiglia numerosa e povera. Si trasferisce a Rio de Janeiro con un sogno, entra nelle giovanili del Flamengo, vince un Campionato Carioca, passa per il Benfica, arriva a Roma nel 1990. Tredici stagioni, 420 presenze, uno Scudetto, una Hall of Fame. Campione del Mondo con il Brasile nel 1994. Uno dei difensori più forti che il calcio abbia mai prodotto.
Eppure.

Eppure il film non indugia sulla leggenda sportiva quanto sull’uomo che la leggenda l’ha costruita scalzo, letteralmente, su un campetto di terra, vicino a un fiume dal quale la famiglia si procurava da mangiare. È il regista Godano stesso a raccontarlo nelle sue note: è nell’incontro con la Comunidad de Banco da Vitória, con i luoghi dell’infanzia, con i fratelli e gli amici d’origine, che si capisce davvero chi è Aldair. Un uomo che ha raggiunto la vetta senza mai recidere le radici. Che ha attraversato il successo con la stessa calma con cui probabilmente attraversava quelle strade di Bahia da bambino.
Non è la storia di un campione. È la storia di come si diventa grandi restando piccoli, nel senso più bello della parola.
2. Due popoli, una stessa fede: il tifo come appartenenza assoluta
Il Flamengo è il Flamengo. La Roma è la Roma. Non sono squadre di calcio: sono identità collettive, liturgie laiche, sistemi di appartenenza che non chiedono giustificazioni e non ammettono distanze. Chi ha vissuto entrambe le curve, anche solo da osservatore, sa che c’è qualcosa di quasi sacro nell’attaccamento viscerale di quei tifosi alla propria maglia.
Aldair le ha vissute entrambe, dall’interno, dalla parte del campo. Ha indossato la maglia del Mengão da giovane, poi è diventato bandiera giallorossa per tredici anni. Ma lo ha fatto a modo suo: senza alimentare la retorica, senza costruire personaggi, senza sfruttare il capitale emotivo che i tifosi gli offrivano in abbondanza. La sua riservatezza, quella che a una prima cena di lavoro poteva sembrare distanza, era in realtà la forma più autentica di rispetto verso quella passione enorme che lo circondava.
Il documentario racconta questo paradosso bellissimo: un uomo schivo che diventa bandiera. Un calciatore che non cerca l’adorazione e per questo viene adorato. E lo fa muovendosi tra due paesi, due culture del tifo, due modi diversi di dire la stessa cosa: tu sei uno di noi.
3. La nostalgia come viaggio, non come rimpianto
Sandro Bonvissuto, scrittore romano e romanista, scelto da Godano come guida narrativa del film, non è un giornalista sportivo. È qualcuno che ama Roma e la Roma con la stessa intensità indistinguibile, e che sa raccontare quella passione con la precisione della letteratura. Affidare a lui il viaggio tra Italia e Brasile sulle tracce di Aldair è stata la scelta giusta: perché trasforma un documentario calcistico in qualcosa che assomiglia a un romanzo di formazione al contrario, dove si va indietro per capire dove si è arrivati.
Le testimonianze di Francesco Totti (234 partite al fianco di Aldair), Giuseppe Giannini, Cafu, Vincent Candela, Zico, Fabio Capello, e la voce narrante di Claudio Amendola, costruiscono un ritratto corale che non è celebrazione ma memoria viva. E la memoria, quando è onesta, fa sempre un po’ male nel modo giusto.
La nostalgia che si prova guardando questo film non è nostalgia per il calcio di vent’anni fa. È nostalgia per un certo modo di essere atleti e di essere uomini. Per qualcuno che ha vinto senza esibirsi, che ha amato senza proclamarlo, che è rimasto fedele a qualcosa, alla squadra, alla città, alle origini, senza che nessuno glielo chiedesse.
Pluto Aldair. Un soprannome che suona come un personaggio dei cartoni animati e appartiene invece a uno dei difensori più eleganti della storia del calcio mondiale. Forse è anche questo il suo segreto: non prendersi mai troppo sul serio, anche quando il mondo lo fa per lui.
VALUTAZIONE DELLO SPETTATORE CURIOSO
⭐⭐⭐⭐ (4/5)
Un documentario che usa il calcio come pretesto per raccontare qualcosa di universale: la fedeltà a se stessi. Godano firma un ritratto intimo e mai retorico, sostenuto da una struttura narrativa solida e da testimonianze di grande valore emotivo. Qualche passaggio si distende un po’ troppo, ma il viaggio tra Italia e Brasile regge dall’inizio alla fine.
Aldair. Cuore Giallorosso,egia di Simone Godano, è al cinema il 21 maggio distribuito da Nexo Studios. Con la voce narrante di Claudio Amendola e le musiche di Piotta.
🎬 Viva il cinema
SCHEDA TECNICA
| Titolo | Aldair. Cuore Giallorosso |
| Regia | Simone Godano |
| Soggetto e sceneggiatura | Shadi Cioffi, Boris Sollazzo |
| Fotografia | Matteo Rea |
| Montaggio | Francesco Loffredo, Pierluigi Darino |
| Musiche | Piotta, Stefano Ritteri |
| Voce narrante | Claudio Amendola |
| Produzione | Grøenlandia, Sky Italia, Inhouse, Duende Film |
| In collaborazione con | Rai Cinema, AS Roma |
| Distribuzione | Nexo Studios |
| Durata | 80′ |
| Formato | 16:9 |
| Anno | 2025 |
| Uscita italiana | 21 maggio 2025 |
