3 motivi per… lasciarsi travolgere da Michael

Il biopic di Antoine Fuqua non è solo un omaggio: è un’esplorazione dell’enigma più affascinante e doloroso del pop del Novecento.

C’è un momento, in Michael, il biopic diretto da Antoine Fuqua e prodotto dalla famiglia Jackson, in cui senti nascere una canzone. Non la vedi incidere in studio con tecnici e cuffie e DAW aperti su schermo. La senti germogliare nella testa di un ragazzo, una melodia che arriva dal nulla, o forse da un dolore preciso, e capisci, forse per la prima volta davvero, che quelle canzoni che hanno segnato decenni non erano il prodotto di una macchina dell’intrattenimento. Erano lui. Solo lui.

Foto: © Elisabetta Castiglioni [Michael]

1. La musica come miracolo umano

In un’epoca in cui i brani vengono costruiti da team di venti songwriter, ottimizzati da algoritmi e finiti da software generativi, Michael fa qualcosa di quasi rivoluzionario: ci restituisce l’immagine di un uomo solo con la propria mente che genera qualcosa di irripetibile. Billie Jean, Thriller, Beat It, icone sonore del Novecento, nascono da una voce interiore che nessun prompt potrà mai replicare. Il film non si limita a utilizzare quelle canzoni come colonna sonora nostalgia. Le racconta. Cerca i momenti di ispirazione, l’urgenza creativa, quella scintilla irrazionale che distingue il genio dall’artigianato. Uscire dalla sala con quelle note nelle orecchie ha un sapore diverso, più profondo: è la consapevolezza di aver ascoltato qualcosa di umano, straordinariamente, irrimediabilmente umano.

2. Due interpretazioni che bruciano

Jaafar Jackson nei panni dello zio è una scoperta che lascia senza fiato — non per somiglianza fisica, che pure c’è, ma per quella capacità rara di abitare un personaggio senza imitarlo. C’è qualcosa di autentico nel modo in cui restituisce la fragilità sotto la perfezione scenica, il bambino che non è mai diventato adulto, l’artista che sul palco era invincibile e fuori dal palco sembrava perso. Ma è Colman Domingo nella parte di Joe Jackson a dare al film la sua tensione più oscura. Il padre-padrone, l’uomo che ha forgiato il talento con la disciplina e forse con qualcosa di peggio, che ha costruito il mito e allo stesso tempo ne ha avvelenato le radici. Il loro rapporto, fatto di silenzi, di sguardi, di una dipendenza affettiva impossibile da sciogliere, è il cuore tossico del film, e le scene in cui si confrontano hanno la densità di un dramma classico.

3. Il complesso di Peter Pan, ovvero il prezzo del cielo

Michael Jackson era diverso. Non solo perché di colore in un’industria dominata da bianchi, lui che fu il primo artista afroamericano a sfondare su MTV, abbattendo un muro invisibile ma solidissimo. Non solo per la vitiligine, quella pelle che cambiava e che lui cercò di controllare fino a trasformarla, in un gesto che era insieme dolore estetico e desiderio di cancellare una differenza che il mondo non smetteva di sottolineare. Era diverso perché il successo era arrivato troppo presto, prima che potesse capire cosa fosse la normalità. Chi lo idolatrava non poteva essere suo amico, lo guardava da sotto in su. E allora la vicinanza vera, quella senza aspettative, la trovava solo negli animali: il lama, la scimmia, le creature che non chiedevano autografi e non avevano pretese.

Michael restituisce questa solitudine con delicatezza, e con essa il desiderio impellente di dolcezza, quella che lo portava negli ospedali pediatrici a portare gioia ai bambini malati, in un gesto che era forse il più autentico di tutta la sua vita pubblica. Il film si ferma prima degli anni delle accuse, e questa scelta non è reticenza: è onestà narrativa. Racconta un Peter Pan che non è mai atterrato, e lascia allo spettatore il compito di fare i conti con tutto il resto.


Il voto dello Spettatore Curioso

★★★★☆


Scheda tecnica

TitoloMichael
RegiaAntoine Fuqua
Interpreti principaliJaafar Jackson, Colman Domingo
Paese / AnnoUSA, 2025
GenereBiopic
Durata147′

Viva il cinema

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