C’è un paese in Maremma che si chiama Tatti. Poche centinaia di anime, o forse meno. Case di pietra aggrappate a una collina come se temessero di scivolare verso un futuro che non le riguarda. Per anni, Tatti ha fatto quello che fanno migliaia di borghi italiani: svuotarsi in silenzio, lentamente, senza che nessuno se ne accorgesse davvero. Poi è arrivato uno svizzero con una macchina da presa. E tutto è cambiato, o meglio, tutto ha cominciato a ricordarsi di essere vivo.

TATTI, paese di sognatori è il film di Ruedi Gerber che da domani 9 aprile arriva nelle sale italiane distribuito da Lo Scrittoio – Cinema d’Autore.
Novantadue minuti in cui l’Italia rurale smette di essere uno sfondo e diventa protagonista.
Perchè vale la pena vederlo?
1. Perché a volte ci vuole uno straniero per farci vedere casa
Viviamo in un paese che custodisce tesori che non sappiamo più guardare. Succede con i monumenti, con i paesaggi, con le persone. Ci vuole lo sguardo di chi viene da fuori, come Goethe nel suo Viaggio in Italia, come Susanna Walton che approdò a Ischia e vi creò il giardino della Mortella, per restituirci la meraviglia di ciò che ci circonda.
Ruedi Gerber è svizzero, fa film da decenni, e un giorno ha acquistato un casale abbandonato in Maremma, il Podere Sequerciani, non per fare il turista, ma per abitarci, per rimboccarsi le maniche, per diventare parte di qualcosa. Ha avviato un’azienda agricola biodinamica, recuperato vitigni autoctoni, prodotto vino, miele, olio e grani antichi. E in quel gesto, concreto, fisico, ostinato, ha innescato qualcosa che il film racconta con rara delicatezza: la scoperta che la bellezza dell’entroterra maremmano non è solo paesaggistica. È umana, è relazionale, è il modo in cui la gente di quei luoghi sa ancora stare insieme.
Il suo sguardo straniero non è quello del documentarista che osserva da dietro il vetro. È lo sguardo di chi ha scelto di appartenere. E proprio per questo ci restituisce un’Italia che noi, troppo spesso, non riusciamo più a vedere.
Alla proiezione stampa al Cinema Farnese di Campo de’ Fiori, gli ospiti sono stati accolti con un omaggio che valeva da solo un piccolo viaggio: il vino di Sequerciani in una bottiglia con l’etichetta dedicata al film, una pasta ottenuta da grani autoctoni, il miele delle api di Tatti. Prodotti che Gerber porta nel mondo come Fabio porta Tatti in giro per l’Europa col suo TIR. Tenere in mano quella bottiglia, in piazza Campo de’ Fiori, ha avuto il sapore di un cortocircuito felice: la Maremma più autentica nel cuore di Roma.
2. Perché i protagonisti sono straordinari senza saperlo
Marco e Massimo Verniani sono gemelli. Agricoltori. Uomini di Tatti nel senso più pieno del termine: radici profonde, mani che sanno cosa fare con la terra, una dignità silenziosa che il cinema raramente sa cogliere senza retorica. Gerber la coglie.
C’è poi il cugino Fabio, che guida un TIR e porta Tatti nel mondo, letteralmente, con quella scritta sulla cabina che è quasi un manifesto poetico. Ci sono le madri, le mogli, le figure anziane del borgo: Ebe, Erminia, Celestina. Figure che nelle fiction vengono dimenticate o caricaturate, e che qui invece portano il peso vero del film. Sono loro la memoria, la continuità, il filo invisibile che tiene insieme passato e futuro.
Il cuore emotivo del documentario è la crisi personale di Marco: l’uomo che deve trasformarsi senza tradire le proprie radici, che deve immaginare un futuro per sé senza abbandonare ciò che è stato. Una storia universale raccontata in dialetto maremmano. E funziona proprio per questo.
A Roma erano presenti Marco e Massimo in persona. E mi hanno raccontato qualcosa che non si trova nelle note di regia: quando il film fu proiettato in anteprima nazionale al Festival dei Popoli di Firenze, Gerber organizzò tre pullman per portare in sala tutti gli abitanti del paese, circa duecento persone, anziani e giovani, nonni e nipoti, vecchi e nuovi abitanti. Tutto Tatti, seduto al cinema La Compagnia, a rivedersi sul grande schermo. È una di quelle immagini che nessuna sinossi riesce a contenere.
3. Perché è un film sulla speranza che non mente
I film sulla rinascita dei borghi italiani rischiano sempre la trappola della favola buonista. TATTI, paese di sognatori la evita. Non racconta un miracolo. Racconta un seme. Racconta come la passione di pochi, un regista straniero, un gruppo di nuovi arrivati, gli ultimi agricoltori rimasti, possa invertire, lentamente, il destino di uno spopolamento che sembrava inevitabile.
Terre abbandonate riprese. Un senso di scopo ricostruito pietra su pietra. Una comunità che riscopre che il futuro si costruisce insieme, non si aspetta da Roma o da Bruxelles. È una speranza sobria, concreta, sudata. Il tipo di speranza che ti rimane addosso dopo che le luci della sala si riaccendono.
Selezionato alla 21ª edizione dello Zurich Film Festival e presentato Fuori Concorso alla 66ª edizione del Festival dei Popoli nella sezione Doc Highlights, TATTI, paese di sognatori è uno di quei documentari che ti ricordano perché il cinema, anche quello piccolo, anche quello silenzioso, è ancora necessario.
Il voto dello Spettatore Curioso:
★★★★☆ 4/5
Un limite? Forse la durata di 92 minuti in alcuni passaggi si distende più del necessario. Ma è il prezzo di uno sguardo che non ha fretta e, in un mondo che corre sempre, è quasi un pregio.
Titolo: TATTI, paese di sognatori
Regia: Ruedi Gerber
Fotografia: Greta De Lazzaris, Felix von Muralt
Montaggio: Aline Hervé, Stefan Kälin
Musica: Martin Tillman
Produzione: ZAS Films & Perché No Films
Distribuzione (Italia): Lo Scrittoio – Cinema d’Autore
Durata: 92 min. | Svizzera/Italia | 2025
Nelle sale dal: 9 aprile 2025

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