C’è un momento, ogni anno, in cui Roma si ferma e il tempo sembra sospeso. È quello della Via Crucis al Colosseo, un rito che attraversa i secoli e che nel 2026 torna a imporsi, non solo come celebrazione religiosa, ma come esperienza visiva ed emotiva di rara potenza.
Questa sera, alle 21:15, Papa Leone XIV porta la croce nelle 14 stazioni dell’Anfiteatro Flavio, illuminate dalle fiaccole. Le meditazioni sono affidate a padre Francesco Patton, francescano, già Custode di Terra Santa. Il risultato è un rito che parla al presente, con una voce antica.
Ecco 3 motivi per cui vale davvero la pena seguirla.

1. Un gesto inedito da sessant’anni
È la prima volta che un Pontefice porta la croce in tutte le stazioni, da quando Paolo VI riportò questo rito al Colosseo nel 1965. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI l’avevano portata solo alla prima e all’ultima stazione. Papa Francesco, negli ultimi anni, non era nemmeno presente.
Leone XIV ha spiegato di volerlo fare come un segno importante: “questa voce che tutti vogliono sentire per dire Cristo ancora soffre.” Non è retorica. È un gesto fisico, concreto, che restituisce peso e carne a un rito che rischiava di diventare solo scenografia.
2. Meditazioni che parlano di guerra, pace e memoria
Il libretto di quest’anno si muove attorno al tema dei “tessitori di speranza” in un mondo disorientato e in guerra, con un forte accento sulla preghiera per i cristiani perseguitati e sulla spiritualità della Terra Santa.
Patton, che ha guidato la Custodia di Terra Santa per quasi un decennio, ha costruito le meditazioni sul Vangelo di Giovanni e sugli scritti di San Francesco, in occasione degli ottocento anni dalla sua morte. Le parole sono dirette, senza sconti: “Donaci lacrime, Signore, per piangere sui disastri delle guerre, per piangere sui massacri e i genocidi, per piangere con le madri e con le mogli, per piangere sul cinismo dei prepotenti.”
Non è consolazione facile. È uno sguardo diretto sul dolore del mondo, che non distoglie gli occhi.
3. Il Colosseo: una scenografia che nessun regista potrebbe inventare
C’è poi il luogo. Il Colosseo non è uno sfondo, è un protagonista silenzioso, carico di ogni cosa che ha contenuto nei secoli: spettacolo, martirio, memoria.
Le fiaccole che illuminano le rovine, il buio che avvolge la città, le voci che risuonano nell’anfiteatro: tutto contribuisce a creare una dimensione quasi cinematografica, sospesa tra sacro e rappresentazione. Tra le antiche pietre, la fede diventa esperienza concreta e partecipativa. E Roma, che di solito corre, si ferma davvero.
Una coincidenza che il cinema non avrebbe osato scrivere

I testi della Via Crucis sono stati letti tra gli altri da Vittoria Belvedere e Giusy Buscemi, due attrici che prestano la propria voce a questo momento centrale della fede cattolica. Giusy Buscemi, in particolare, la ritroviamo appena pochi giorni dopo averla ammirata nel nuovo film di Pif, …Che Dio perdona a tutti, uscito nelle sale il 2 aprile.
Nel film interpreta Flora, una pasticciera palermitana cattolica fervente. Ma la coincidenza più bella è un’altra: nella vita reale, è lei stessa, Giusy Buscemi, donna prima che attrice, a essere profondamente devota alla Madonna. Al Colosseo, stasera, non recitava nessun personaggio. Era semplicemente sé stessa.
È uno di quei cortocircuiti in cui la vita e il cinema si guardano e non si distinguono più. E che rendono questa Via Crucis 2026 ancora più difficile da dimenticare. Ne avevamo parlato proprio qui.
In conclusione
La Via Crucis al Colosseo 2026 non è solo una celebrazione religiosa. È un momento in cui storia, attualità e spiritualità si incontrano in un racconto unico — e quest’anno, con un gesto inedito da sessant’anni al centro di tutto, la sua forza è ancora più difficile da ignorare.
Viva il cinema. E stanotte, viva Roma.
Questo il testo della Via Crucis: Libretto

Grazie, e buona Pasqua
Buona Pasqua anche a te Raffa!