3 motivi per vedere “Il bene comune”

…il film che trasforma ogni ferita in radice

C’è un albero in Basilicata che ha milleduecento anni. Il Pino Loricato del Pollino è aggrappato alla roccia, piegato dal vento, segnato dalle stagioni. Non è bello nel senso convenzionale del termine — è storto, nodoso, segnato. Eppure è lì, e questo basta. È la meta del viaggio di Il bene comune, il nuovo film di Rocco Papaleo, e anche la sua metafora più potente: si può essere feriti, erosi, sradicati dalle tempeste della vita, e resistere lo stesso. Anzi — resistere grazie a quelle tempeste.

Una guida turistica chiamata Biagio e un’attrice di “insuccesso” di nome Raffaella accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla ricerca di quell’albero antico. Quello che sembra un’escursione naturalistica diventa progressivamente qualcosa di più difficile da definire: un rito, una terapia, un esorcismo collettivo. Un viaggio che si compie con i piedi sulla terra e con l’anima esposta.


1. Ogni persona è un mondo che vale la pena esplorare

Il talento più raro di Papaleo come regista — e qui lo esercita con una maturità sorprendente — è la capacità di costruire personaggi che esistono davvero prima ancora di entrare in scena. Ognuna delle quattro detenute porta con sé un universo intero, una storia che non viene mai semplificata né ridotta a funzione narrativa.

Samanta, interpretata da una Claudia Pandolfi in stato di grazia, è una madre che ha scelto il crimine per sfuggire a un matrimonio violento, e la separazione forzata dal figlio è la ferita che non si rimargina. Gudrun, il personaggio di Teresa Saponangelo, è figlia di due mondi — Napoli e Norvegia — e porta il suo rancore come un macigno che non riesce a posare. Fiammetta è una ex promessa della musica che non canta più, da anni; la sua voce è sepolta sotto le macerie di un tradimento. Anny combatte il potere attraverso la rete, convinta che la giustizia possa essere hackerata, ma impara nel viaggio che la rivoluzione passa anche dalla relazione con l’altro.

Papaleo intreccia queste storie con una delicatezza che non rinuncia mai alla complessità. Non c’è una gerarchia del dolore, non c’è una redenzione obbligatoria. C’è semplicemente lo spazio — raro, prezioso — in cui ognuno può essere visto e ascoltato. Raffaella, la straordinaria Vanessa Scalera, non salva nessuno: crea lo spazio perché ognuno possa salvarsi da solo. Ed è esattamente questa la differenza tra un film che parla di riscatto e un film che lo pratica.


2. La natura come personaggio — e il Pino come specchio

C’è un momento nel film in cui i corpi dei protagonisti si piegano, si torcono, si allungano verso il cielo nell’imitazione degli alberi. È una scena che potrebbe risultare ingenua, e invece è una delle più potenti dell’intero racconto. Perché Papaleo non usa la natura come sfondo — la usa come sistema di risonanza emotiva. Il Parco Naturale del Pollino non è una location, è un interlocutore.

Il percorso fisico verso il Pino Loricato diventa lo specchio del percorso interiore di ogni personaggio. La roccia che non cede, il vento che scolpisce senza distruggere, le radici che trovano spazio anche dove non sembra possibile: tutto parla a queste donne che hanno vissuto tempeste e sono ancora in piedi, anche se piegate. Il Pino non è un simbolo imposto dall’esterno — emerge naturalmente come il punto di arrivo di un viaggio che era già in corso dentro di loro prima ancora di cominciare il cammino.

Questa fusione tra paesaggio interiore e paesaggio fisico è la scommessa più coraggiosa del film, e Papaleo la vince con immagini che si depositano nella memoria.


3. Una colonna sonora che è teatro, poesia e canto corale

Rocco Papaleo ha scritto le canzoni del film prima ancora di terminare la sceneggiatura. Non è un dettaglio tecnico: è la chiave di lettura di tutto. La musica in Il bene comune non commenta la storia dall’esterno — la genera, la abita, la attraversa. Ci sono momenti in cui non è la musica a essere al servizio della scena, ma è la scena a mettersi al servizio della musica.

Il risultato è un film che ha la struttura emotiva di una commedia musicale e la profondità di una tragedia greca. Le scene corali — quando i personaggi cantano insieme, quando le voci si sovrappongono come in un coro antico — evocano non a caso quella tradizione teatrale in cui la comunità è l’unica risposta possibile all’isolamento dell’individuo. Livia Ferri, cantautrice coinvolta nel progetto, porta una canzone scritta dopo aver letto la sceneggiatura: è uno dei momenti più alti del film, di quelli che fanno trattenere il respiro.

Papaleo dimostra ancora una volta che il suo cinema è un cinema corporeo, dove la musica non è ornamento ma necessità biologica — come il respiro, come il canto, come il bisogno di essere ascoltati.


Il bene comune non è un film perfetto, ma è un film necessario. Papaleo ha realizzato la sua opera più ambiziosa, più coraggiosa e — per molti versi — più bella. Un film che crede ancora nelle persone, nella natura, nella musica come strumento di sopravvivenza. In un cinema sempre più cinico, questa è già una forma di resistenza.

Come il Pino Loricato, piegato ma resistente.


Il voto dello Spettatore Curioso

⭐⭐⭐⭐⭐ 5 / 5

Il bene comune è cinema nel senso più alto del termine: un viaggio fisico ed emotivo che lascia il segno. Non perdetelo.


Scheda tecnica Regia e sceneggiatura: Rocco Papaleo, Valter Lupo | Produzione: Picomedia, Less Is More Produzioni, PiperFilm in collaborazione con Netflix | Cast: Claudia Pandolfi, Rocco Papaleo, Teresa Saponangelo, Vanessa Scalera, Andrea Fuorto, Livia Ferri, Rosanna Sparapano | Fotografia: Diego Indraccolo | Musiche originali: Michele Braga | Canzoni: Rocco Papaleo | Durata: 103′ | Distribuzione: PiperFilm | In sala dal 12 marzo 2026

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