La giustizia che indaga se stessa
C’è un momento, nel cinema, in cui la finzione smette di essere tale e diventa specchio. Il caso 137 di Dominik Moll è uno di quei film che non ti lasciano seduto comodamente in poltrona: ti chiedono di scegliere da che parte stare, anche quando le parti non sono così facilmente distinguibili.

Stéphanie è un’ispettrice dell’IGPN, la “polizia della polizia” francese. È lei che deve ricostruire cosa è successo a Guillaume, un ragazzo arrivato a Parigi per manifestare con i Gilets jaunes e rimasto gravemente ferito alla testa da un proiettile di gomma sparato da agenti in borghese. Una storia vera. Un caso reale. E un film che brucia.
3 motivi per vedere Il caso 137
1. Un tema che conosciamo bene, anche in Italia
La violenza delle forze dell’ordine nelle manifestazioni pubbliche non è una questione esclusivamente francese. In Italia portiamo ancora i segni di Genova 2001, e le cronache recenti ci hanno restituito episodi in cui le prime versioni dei fatti — rilanciate a caldo da giornali e politici — si sono rivelate ben distanti dalla realtà emersa dalle indagini. Come nel caso dell’uccisione di uno spacciatore da parte di un poliziotto, dove le dichiarazioni entusiastiche di alcuni esponenti politici sono state smentite da una realtà molto più complessa e scomoda. Moll affronta tutto questo con rigore, senza retorica, senza semplificazioni: e fa male proprio perché ci riguarda.
2. La forza del documento dentro la finzione
Il caso 137 è costruito con materiali autentici: le comunicazioni con i magistrati, la raccolta delle prove, la reticenza dei testimoni, il linguaggio burocratico che nasconde e svela al tempo stesso. Moll è stato il primo regista ad avere accesso diretto all’IGPN, e si vede. Ogni scena respira quella credibilità rara che separa il cinema di denuncia dal pamphlet. Léa Drucker — equilibrata, precisa, capace di trasmettere il peso di ogni scelta senza mai alzare la voce — è il fulcro attorno a cui tutto ruota: poliziotta, figlia di poliziotti, moglie di poliziotti, costretta a indagare i suoi. La sua onestà intellettuale è il vero motore del film, e il suo sguardo è quello che non riesce a smettere di cercare la verità anche quando sarebbe più comodo voltarsi dall’altra parte.
3. Il grande cinema di denuncia non giudica: sveglia
Il caso 137 non vuole sostituirsi alla magistratura né fare comizi politici. Vuole qualcosa di più difficile e più prezioso: creare una sensibilità diffusa attorno a temi scomodi, impopolari, che la società tende a rimuovere. Il cinema di denuncia al suo meglio non offre risposte, ma rende impossibile continuare a non farsi le domande giuste. E questo film ci riesce in pieno. Un pugno allo stomaco ben assestato, capace di risvegliare le coscienze e lo spirito critico. Viva il cinema.
Il voto dello Spettatore Curioso
⭐⭐⭐⭐⭐ 5/5
