3 motivi per vedere “L’invisibile filo rosso”

C’è una sera in cui il cinema torna a fare quello che sa fare meglio: aprire una ferita che non sapevi di avere. È successo al Cinema Adriano di Roma, dove L’invisibile filo rosso di Alessandro Bencivenga ha incontrato il suo pubblico — e Ornella Muti era lì, in sala, a guardare insieme a noi. Non è un dettaglio di colore: è la misura dell’intensità di un progetto che ha impegnato il regista per oltre un anno di ricerca rigorosa, tra centinaia di schede di pazienti e un manicomio che oggi stentiamo persino a immaginare.

Il film è ambientato negli anni Cinquanta, dentro l’ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana, in Trentino. Gennaro, giovane infermiere venuto da Ischia, ci entra con la freschezza di chi non sa ancora cosa lo aspetta. Ne esce cambiato. Noi con lui.

1. Un uomo non aveva bisogno di uccidere: bastava dichiarare pazza una donna

La sera in cui ho visto il film, fuori dalle sale cinematografiche l’Italia discuteva di referendum sulla giustizia e di un braccialetto elettronico che non era disponibile mentre una donna veniva uccisa. Dentro le sale, il film ci ricordava che un secolo fa le cose funzionavano diversamente — e non necessariamente meglio. Benito Mussolini non aveva bisogno di armi: gli bastava la firma di un medico, una diagnosi di comodo, e la propria compagna spariva dalla vita pubblica per sempre.

Ida Dalser, la donna che aveva amato Mussolini, che gli aveva dato un figlio, fu internata. Ornella Muti la interpreta con un’intensità che non lascia scampo — occhi che parlano quando la voce non è più libera di farlo, una dignità ostinata che il sistema cercava sistematicamente di spezzare. La storia di Ida non è un aneddoto storico: è uno specchio che riflette meccanismi di potere che non si sono mai del tutto estinti.

Il collegamento con il presente, nel film, non viene mai esplicitato — e fa molto più effetto così.

2. Dentro il manicomio: un mondo che nessuno voleva guardare

Alessandro Bencivenga ha letto centinaia di schede di pazienti. Si sente. Il manicomio di Pergine Valsugana che vediamo sullo schermo non è un set, è un luogo della memoria — ricostruito con una fedeltà che a tratti fa male. Non stiamo guardando i mostri: stiamo guardando noi, la nostra società, le sue paure e le sue convenzioni travestite da scienza medica.

Massimo Bonetti interpreta Giovanni Anesini, paziente lucido e ribelle — uno di quelli che il sistema non riesce a piegare del tutto perché non ha smesso di pensare. Il suo incontro con il giovane Gennaro (Paco De Rosa) è il cuore narrativo del film: due sguardi diversi che si educano a vicenda, in un luogo che non lascia spazio alla speranza eppure, tra le crepe, ne fa germogliare di fragile.

Bencivenga non cede alla retorica. La regia è rispettosa, mai compiaciuta. Racconta il dolore senza esibirlo, restituisce la dignità a chi la storia aveva confiscato — e questo è un atto politico, prima ancora che cinematografico.

3. Una qualità visiva e sonora che non ti aspetti

Il terzo motivo per vedere L’invisibile filo rosso è più semplice e più immediato: è un bel film. Non bello nonostante il soggetto difficile — bello grazie al modo in cui lo affronta. La fotografia costruisce un’atmosfera sospesa, dove il bianco delle camicie e il grigio delle mura non sono scelte cromatiche ma stati d’animo. Ogni inquadratura sembra pesata, calibrata, consapevole del confine tra l’empatia e il voyeurismo.

La colonna sonora di Giovanni Block — con la partecipazione straordinaria del trombettista Nello Salza — accompagna senza sopraffare. C’è un momento, a metà film, in cui la musica e l’immagine trovano un equilibrio che ti costringe a restare immobile. Succede raramente, anche nei film migliori.

La voce narrante di Luca Ward è il filo — appunto — che tiene insieme i piani temporali e le storie individuali. Un cast corale che comprende anche Lello Arena e Antonio Catania, capace di tenere il passo senza rubare la scena a una storia che merita di restare al centro.

L’invisibile filo rosso è distribuito in circa 80 sale in tutta Italia. È il tipo di film che merita di essere visto al cinema, nell’oscurità condivisa di una sala — quella stessa oscurità nella quale le storie che racconta sono rimaste troppo a lungo.


Il voto dello Spettatore Curioso
★★★☆ ☆  3/5

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