3 motivi per vedere “La Gioia”

Gelormini solleva il velo su una solitudine che fa male. E Valeria Golino la abita come nessun’altra potrebbe.

Di solito i film ispirati a fatti di cronaca violenta lasciano un senso di disagio, come se la realtà fosse troppo pesante per essere restituita senza distorcerla. La Gioia è un’eccezione rara: Nicolangelo Gelormini prende una storia di manipolazione, vulnerabilità e distruzione sentimentale e la racconta con una delicatezza che non attenua la denuncia — la amplifica. Gioia è un’insegnante di liceo che non ha mai conosciuto l’amore, se non quello soffocante dei genitori con cui vive ancora. Nella sua vita irrompe Alessio, uno studente che usa il proprio corpo come moneta di scambio e la seduzione come unica lingua conosciuta. Quello che nasce tra loro è proibito, fragile, e fatale. Il film — presentato alle Giornate degli Autori di Venezia — oscilla con precisione tra commedia pop, realismo duro e thriller: un viaggio emotivo che ha il coraggio di non risparmiare nessuno.

1. Valeria Golino: strepitosa nel dare corpo all’invisibile

C’è una scena in cui Gioia si nasconde nel bagno della scuola dopo aver visto Alessio baciare la sua fidanzata. Valeria Golino restituisce il crollo emotivo del personaggio per sottrazione, con pochissimi movimenti. È uno di quei momenti in cui il cinema smette di essere racconto e diventa esperienza diretta. Golino costruisce Gioia con una cura millimetrica: la goffaggine che nasconde il desiderio, la dignità che resiste all’umiliazione, la gioia — quella vera, improvvisa, quasi incredula — di chi per la prima volta si sente vista. Una performance che merita di essere ricordata tra le migliori della sua carriera, già straordinaria.

2. Jasmine Trinca: la madre cinica, sempre più matura e inquietante

Se Golino è il cuore del film, Jasmine Trinca ne è il nervo scoperto. Nei panni di Carla, madre di Alessio, costruisce un personaggio di una ferocia silenziosa: una donna che non sa nutrire d’amore né il figlio né la propria vita, e che muove le fila di tutto senza mai sporcarsi le mani. La Trinca lavora per dettagli, per piccoli movimenti interiori, con quella capacità sempre più affinata di abitare la complessità senza spiegarla. Lei e il figlio sono due specchi rotti che si riflettono: due solitudini vuote che si guardano senza riconoscersi.

3. Una denuncia che non grida: la violenza che non lascia lividi

Il merito più grande di Gelormini — architetto prima ancora che regista, e si vede nella costruzione degli spazi e delle inquadrature — è aver trovato il tono giusto per un tema pericolosissimo: la vulnerabilità sentimentale di una donna adulta ma emotivamente inesperta, preda di un seduttore che non conosce altra grammatica affettiva che la manipolazione. Il film non giudica, non semplifica, non assolve nessuno. Mostra. E in quel mostrare c’è più denuncia di qualsiasi manifesto. La scena al Lingotto di Torino — in cui Gioia sperimenta per la prima volta qualcosa che assomiglia alla gioia — è una delle più belle dell’anno.

Un film che fa male nel modo giusto

La Gioia non è un film facile, né vuole esserlo. È un film necessario: racconta quella zona grigia in cui la violenza non lascia lividi visibili ma svuota dall’interno. Gelormini dirige con mano ferma e sensibilità autentica, e il cast — tutto, non solo le protagoniste — è all’altezza di una storia che merita di essere vista, discussa, ricordata. Cinque stelle senza esitazione.


Il voto dello Spettatore Curioso

VOTO:  ★★★★★  5/5

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.