Il ping pong come metafora di vita: Josh Safdie e Timothée Chalamet fanno centro.
Josh Safdie torna dietro la macchina da presa in solitaria — senza il fratello Benny — e lo fa con un biopic che segue Marty Reisman, il leggendario e controverso campione americano di ping pong. Un personaggio realmente esistito, vissuto tra gli anni ’40 e ’80 tra sale fumose, scommesse clandestine e la ricerca ossessiva di una gloria sempre sfuggente. Il film si muove nell’universo sonoro e visivo del cinema newyorchese anni ’70, con l’energia elettrica che contraddistingue la firma Safdie.

1. Timothée Chalamet in stato di grazia
È difficile immaginare un altro attore della sua generazione capace di incarnare con questa credibilità fisica e psicologica un personaggio così particolare. Chalamet costruisce Marty Reisman strato per strato: il fascino da predatore, la vulnerabilità celata, la postura atletica di chi vive per il gioco. Non è solo una buona interpretazione — è una performance totale, che giustifica da sola il prezzo del biglietto e le tre nomination ai Golden Globe che il film si è già guadagnato.
2. Lo stile Safdie: ritmo, tensione, nessuna rete di protezione
Josh Safdie ritrova quella capacità di tenere lo spettatore sul filo del rasoio già vista in Good Time e Uncut Gems. La regia non lascia respiro: ogni partita diventa uno scontro esistenziale, ogni scena ha l’urgenza di chi sa che il tempo sta per scadere. Il ping pong, sport spesso sottovalutato, diventa nelle sue mani un amplificatore di tensione drammatica di rara efficacia.
3. Un ritratto d’epoca autentico e mai nostalgico
Il film restituisce l’America underground di metà Novecento senza cadere nella trappola della cartolina vintage. I locali, i personaggi di contorno — tra cui spiccano Gwyneth Paltrow e il rapper Tyler, The Creator — e la colonna sonora costruiscono un mondo coerente e credibile. Non è nostalgia: è archeologia cinematografica condotta con precisione e passione.
Un film che manca il capolavoro per poco
Marty Supreme ha tutto per essere un film definitivo: cast, regia, soggetto, ritmo. Eppure qualcosa nell’ultimo atto non chiude il cerchio con la stessa potenza con cui lo aveva aperto. La sensazione è quella di un pugno fortissimo che si ferma a un centimetro dal bersaglio.
Il voto dello Spettatore Curioso
VOTO: ★★★☆☆ 3/5
