Ho visto questa serie su Netflix tutta d’un fiato, approfittando di un lungo viaggio.

Fino a oggi, per me Fabrizio Corona era poco più che un rumore di fondo: una presenza costante nelle pagine dei giornali che non leggo e nei racconti legati a relazioni sentimentali con donne bellissime.
La serie ha quindi colmato una mia lacuna “storica”, offrendo uno sguardo su un personaggio che, nel bene e soprattutto nel male, è stato centrale nel racconto mediatico degli ultimi vent’anni in Italia. Il risultato è una visione sorprendentemente scorrevole, a tratti persino divertente, ma anche rivelatrice di qualcosa di più profondo.
Ecco tre motivi per cui vale la pena vederla.
1. È un racconto divertente del “nulla” (e proprio per questo significativo)
La serie racconta, senza particolare distanza critica, come si possano fare soldi e costruire potere mediatico partendo da comparse, paparazzate, fotografie rubate e fama autoalimentata. Un “racconto del nulla”, apparentemente vacuo, che però diventa una testimonianza preziosa di come sia cambiato il modo di produrre ricchezza.
Se un tempo cinema, televisione e letteratura erano legati – almeno in parte – alla produzione e al consumo di beni materiali, qui assistiamo all’esplosione della fama come bene economico in sé, anticipatrice dell’attuale economia degli influencer e dei contenuti immateriali.
La serie mostra bene come, a partire dall’intuizione della TV commerciale privata, si sia costruito un mondo da ammirare non per ciò che produce, ma per il semplice fatto di esistere. Un processo che, generazione dopo generazione, ha trasformato la socializzazione di massa in una solitudine socializzata, dove tutti guardano e nessuno partecipa davvero.
2. Non è un documentario critico (e questa è una scelta precisa)
Chi cerca una denuncia del fenomeno Corona resterà deluso. La serie non problematizza, non giudica, non interpreta. Non offre strumenti per comprendere il contesto storico, sociale o culturale in cui questo personaggio è nato e si è affermato.
Ma è proprio qui che sta il punto interessante: Io sono notizia non smaschera il meccanismo, ne è parte integrante. È una forma diversa, più raffinata, della stessa strategia di ipnosi di massa che racconta.
Non siamo davanti a un’operazione di smontaggio, bensì a un’ulteriore riproduzione del mito. E questo rende la serie, paradossalmente, ancora più coerente con il suo protagonista e con il sistema che lo ha creato.
3. Il carcere: il tema più forte (e l’occasione mancata)
Il terzo motivo per vedere la serie riguarda il carcere. Qui emerge il materiale più interessante, ma anche la vera occasione persa della produzione.
La narrazione sfiora – senza mai affondare davvero – il tema della vita in carcere e del modo radicalmente diverso in cui le persone affrontano la detenzione in base ai mezzi economici a disposizione, agli avvocati che possono permettersi, alle relazioni che riescono a mantenere fuori.
È un tema potentissimo, che avrebbe potuto trasformare la serie in qualcosa di molto più necessario. Invece resta sullo sfondo, evocato ma non approfondito, lasciando allo spettatore il compito di coglierne la portata sociale e politica.
Conclusione
Fabrizio Corona – Io sono notizia è una serie che non racconta nulla di nuovo, ma racconta molto del nostro tempo. È la storia di un figlio diventato più famoso del padre – il grande giornalista Vittorio Corona – non per merito, ma forse per involuzione della società che lo ha reso possibile.
