Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Our Hero, Balthazar segna l’esordio alla regia di Oscar Boyson, già produttore di film come Good Time e Diamanti grezzi dei fratelli Safdie.

Con un tono a metà tra la satira sociale e il dramma psicologico, Boyson racconta l’avventura di Balthazar, detto Balthy(interpretato da Jaeden Martell), giovane newyorkese ricco e annoiato che, per impressionare una compagna di scuola attivista, decide di affrontare un presunto aspirante stragista conosciuto online.
Un viaggio tragicomico attraverso l’America delle disuguaglianze, ma anche dentro l’anima di una generazione che confonde visibilità con valore.
1 – Una feroce ma realistica descrizione della vita social
Il film è una radiografia impietosa della contemporaneità, dove la dimensione social ha ormai sostituito quella sociale.
Attraverso la vicenda di Balthazar, Boyson mostra come l’esistenza dei più giovani si sviluppi più davanti a uno schermo che nel contatto umano, tra like, dirette e messaggi che definiscono l’immagine di sé più della realtà.
Ogni gesto, ogni emozione, ogni idea viene filtrata da ciò che si può condividere e non da ciò che si vive davvero.
2 – L’identità plasmata dal feedback
Il secondo motivo per vedere Our Hero, Balthazar è il suo sguardo lucido su un fenomeno sempre più diffuso: la costruzione dell’identità attraverso gli occhi (e i giudizi) degli altri.
Il protagonista si getta in un’impresa assurda e pericolosa non per convinzione, ma per il bisogno di apparire eroico, di “piacere” a qualcuno.
Boyson ci costringe a chiederci: quanto delle nostre scelte è davvero nostro, e quanto è solo il riflesso di un algoritmo o di un pubblico invisibile che aspettiamo di compiacere?
3 – Un mondo di solitudini in cerca di riconoscimento
Sotto la superficie ironica e grottesca, Our Hero, Balthazar è anche un film profondamente malinconico.
Quello che emerge è un mondo popolato da folle di solitudini: individui isolati che cercano disperatamente un riconoscimento, anche solo da uno sconosciuto online.
L’“eroe” del titolo non è altro che un ragazzo smarrito, come tanti, che confonde la visibilità con l’amore e la connessione digitale con la vicinanza emotiva.
Con uno stile teso e una regia che alterna momenti surreali a improvvisi squarci di verità, Boyson ci restituisce un ritratto disarmante di una generazione che vive in scena, ma non sa più chi sia dietro le quinte.
