“Être Cheval” ci porta in un mondo affascinante e sconosciuto ai più: quello del “pony play,” una pratica che combina giochi di ruolo, dominazione e sottomissione, ma che cela significati più profondi legati alla ricerca di sé e al superamento dei limiti imposti dalla società. Il film segue la trasformazione di Karen, una persona che si avvicina al “pony play” per trovare una nuova forma di libertà e identità, mettendo in discussione i confini tradizionali tra uomo e animale, tra corpo e spirito.

Tre motivi per vedere “Être Cheval”
1. Un’immersione in una pratica intrigante e simbolica
Il “pony play” non è solo un gioco di ruolo, ma una vera e propria esperienza di trasformazione fisica e mentale. La persona che vi si dedica assume comportamenti e gesti equini, vestendosi con briglie, criniera e zoccoli, entrando in una dimensione in cui i concetti di dominazione e sottomissione assumono un valore rituale. Il documentario riesce a presentare questo mondo con uno sguardo rispettoso, senza voyeurismo, ma con l’intento di far riflettere lo spettatore sul significato profondo di libertà e identità.
2. Un messaggio di ribellione contro le convenzioni sociali
Il film di Jérôme Clément-Wilz ci mostra come il “pony play” diventi per Karen un atto di ribellione contro una società percepita come oppressiva. In diverse sequenze del documentario, Karen esprime il suo rifiuto verso un mondo che costringe le persone a vivere secondo regole predefinite, soffocando il desiderio di libertà. In questa prospettiva, la sua trasformazione in cavallo diventa una metafora potente per chiunque cerchi di evadere dalle costrizioni quotidiane e trovare un modo diverso di essere.
3. Un’esperienza visiva e spirituale unica
“Être Cheval” non è solo un documentario che descrive una subcultura, ma è un viaggio poetico che esplora i confini tra umano e animale, tra realtà e sogno. Il processo di trasformazione di Karen è mostrato in modo intimo e toccante, accompagnato da una colonna sonora evocativa e una regia che alterna momenti di dolcezza e tensione. La pratica del “pony play” viene rappresentata non solo come un’esperienza erotica, ma come un rito di passaggio, una ricerca di un’identità più autentica. La stessa tecnica di ripresa di Jérôme Clément-Wilz, un primo piano ravvicinato alle spalle dell’interprete, ci aiuta a condividere questa insolita esperienza senza giudicarla col distacco dell’osservatore.
Il documentario, inoltre, aiuta a comprendere meglio il “pony play”, pratica che si basa su un rapporto di fiducia assoluta tra il “cavallo” e il “domatore.” È un gioco di ruoli che va oltre il semplice aspetto fisico, diventando un’esperienza di connessione e abbandono reciproco, che può essere vissuta in modo profondamente spirituale.
“Être Cheval” è dunque un’opera che sfida le convenzioni e invita a riflettere sulla libertà, l’identità e il desiderio di uscire dai confini imposti dalla società.
