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3 motivi per vedere “The Only Living Pickpocket in New York” – recensione film

John Turturro è un borseggiatore d’altri tempi in una New York che non ha più bisogno di lui. Noah Segan firma un thriller che ci fa tifare per un ladro e innamorare della città.

il cappotto grigio sale e pepe, realizzato da Zegna

Harry Lehman è uno degli ultimi veri borseggiatori di New York, un artigiano della mano veloce che ha costruito la sua vita su portafogli e orologi. Ma il mondo è cambiato: oggi nessuno porta più contanti, le carte si bloccano con un tocco e i telefoni si rintracciano in pochi minuti. Una notte Harry sfila una chiavetta USB al ragazzo sbagliato, Dylan Diamond, erede di una famiglia criminale spietata che rivuole indietro ciò che le appartiene. Comincia così una corsa attraverso i cinque quartieri della città, tra vecchi amici, debiti da saldare e un mondo che sta scomparendo. Scritto e diretto da Noah Segan, The Only Living Pickpocket in New York è il primo film che ho visto alla 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, ed è decisamente riuscito.

Ecco i tre motivi per vedere questo film:

1. Perché John Turturro è strepitoso, e non possiamo non stare dalla sua parte

Harry non è un esempio di onestà, ruba per mestiere e lo fa da una vita. Eppure non riusciamo a non parteggiare per lui, ed è tutto merito di Turturro. Il regista lo considera l’elemento visivo più importante del film, e si capisce: il volto, le mani, il passo, perfino il cappotto grigio sale e pepe, realizzato da Zegna e diventato quasi un personaggio a sé. Turturro ha studiato i pickpocket veri, si è fatto guidare da un mago specialista di giochi di prestigio e ha rivisto il Pickpocket di Bresson, e quella precisione artigianale si vede in ogni gesto. Ma Harry commuove soprattutto per ciò che tiene dentro: l’amore per la moglie Rosie, completamente disabile, di cui si prende cura ogni giorno. Intorno a lui, un cast da applauso: Giancarlo Esposito è il detective che gli concede ogni tanto un po’ di respiro, Steve Buscemi il vecchio amico che gestisce un banco dei pegni, e Will Price è Dylan, la faccia arrogante e luminosa del nuovo mondo.

2. Perché la trama è ben congegnata, tra colpi di scena e momenti di riflessione

Il meccanismo è quello del thriller: un oggetto rubato, un tempo che stringe, una famiglia criminale alle calcagna. Segan lo orchestra con mano sicura e non ci lascia mai respirare troppo, ma sa anche fermarsi al momento giusto. Tra una svolta e l’altra il film si concede pause di malinconia e di umorismo, in cui Harry si interroga sul proprio posto in un mondo digitale che non lo riguarda più. Il confronto tra la sua vecchia scuola e il mondo di Dylan, fatto di criptovalute, telefoni e giacche elettriche, non è mai didascalico: è il cuore pulsante della storia. Ne esce un film che diverte, tiene in tensione e lascia qualcosa su cui pensare quando le luci si riaccendono.

3. Perché il terzo protagonista è la città di New York

Girato interamente sul posto, il film accompagna Harry dal banco dei pegni nel Bronx fino a Staten Island, passando per Manhattan, Brooklyn e Queens. Metropolitane, appartamenti popolari, marciapiedi affollati, bodegas, e Pell Street a Chinatown, dove Turturro cammina come se fosse sempre stato lì. Segan, newyorkese di quarta generazione, ama la sua città e lo dimostra: non cerca la cartolina né il degrado, ma tutte e due le facce insieme, perché New York è tutto questo. Dietro l’obiettivo di Sam Levy c’è lo sguardo di Scorsese, Spike Lee e Abel Ferrara, ma anche quello di Coppola in La conversazione, con la città osservata come da una mosca sul muro. E gli inserti stretti su una pistola, una carta, delle banconote contate sono un omaggio dichiarato a Bresson.

Ci sono film che raccontano un uomo e film che raccontano una città: questo riesce a raccontare entrambi, e a farci capire che spesso sono la stessa cosa. Harry è un ladro che ruba con eleganza e con un cuore ancora intatto, in un mondo che ha smesso di farne uso. Quando arriva il finale, è difficile non sentire che non poteva andare in nessun altro modo. Una storia piccola e ambiziosa, che ricorda un certo cinema americano di una volta nel modo migliore.


Il voto dello Spettatore Curioso

★★★★☆

Quattro stelle: un thriller elegante e malinconico, con un Turturro che da solo vale il biglietto.


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